AVVENIMENTI GEOLOGICI PRINCIPALI
La Sardegna, pur avendo un’estensione relativamente modesta (24089 kmq), racchiude una notevole varietà d’elementi geologici che la rendono, di fatto, un vero museo geologico a cielo aperto. Comprende, infatti, tutte le ere e i periodi in facies diverse. In affioramento, inoltre, è possibile osservare quasi tutta la classificazione litologica, il paesaggio si trasforma pertanto in un vero laboratorio per quelli che coltivano la passione della geologia. Questa varietà geologica ha determinato un succedersi continuo di forme e di paesaggi, tanto che è veramente difficile individuare un olotipo, un paesaggio che predomina sugli altri, una forma emblematica che racchiude tutte le caratteristiche del paesaggio sardo. Certi paesaggi alpini (bellissimi !) sembrano a volte ripetersi e per questo diventano rappresentativi del contesto di quella regione, quest’operazione per la SAR è molto più difficile a causa appunto della continua variazione geolitologica, a volte anche a scala molto ridotta.
L’imbasamento roccioso è molto antico, sicuramente il più vecchio della nostra penisola, l’isola però lo è meno, infatti, l’attuale Sardegna non ha sempre occupato la stessa posizione in mezzo al Mediterraneo. In effetti, la Sardegna è più europea di quanto non dia a vedere. La sua storia geologica è indissolubilmente legata alla Corsica (geologicamente si parla blocco sardo-corso o più precisamente di micro zolla) e, almeno per un certo periodo, anche alla Calabria. Secondo le più recenti e ormai accreditate teorie sul moto delle zolle nel Mediterraneo, la micro zolla sardo corsa e quella calabra, un tempo unite e facenti parte della zolla europea (grosso modo in corrispondenza dell'attuale costa francese), staccatesi dalla massa continentale, con un complesso movimento di traslazione e rotazione iniziato circa 29 MA e durato 13 milioni di anni, hanno occupato poi la posizione attuale, la zolla calabra ha continuato il viaggio fino a saldarsi con l’emergente penisola italiana. Questa rotazione è legata a complessi movimenti tettonici di una fase dell’orogenesi alpina, spinte in senso Est – Ovest hanno sicuramente contribuito anche al sollevamento della dorsale appenninica.
La Sardegna quindi ha uno zoccolo antico di rocce metamorfiche e intrusive, sul quale poggia una serie molto lunga di rocce che vanno dal Permiano al Quaternario con litologie di ambiente marino e continentale e diversi tipi vulcanici. Grandi trasformazioni tettoniche hanno determinato dislocazioni e fratture, trasgressioni e regressioni marine, episodi vulcanici di tettonica compressiva e distensiva e non mancano ovviamente grandi pressioni orogenetiche. Questa complessità di avvenimenti geologici e di azioni metamorfizzanti (che hanno in pratica cambiato la struttura e la composizione delle rocce), si riflette anche sulla varietà di mineralizzazioni che, non di rado, quando le loro condizioni giaciturali lo hanno consentito, hanno dato luogo a giacimenti minerari veri e propri e al conseguente sfruttamento economico. In un quadro nazionale di generale povertà di risorse minerarie, la Sardegna si è distinta e può essere considerata la principale regione mineraria d’Italia. Purtroppo la quasi totalità di queste materie ha lasciato l’isola senza alcuna valorizzazione, la trasformazione in prodotti finiti o semilavorati, che avrebbero creato ricchezza e lavoro, non ci ha coinvolto a pieno. La storia, peraltro, non è servita nemmeno ad imparare la lezione, ancora oggi le materie prime prendono il largo dai nostri porti senza alcuna lavorazione, è il caso ad esempio dei minerali base per prodotti ceramici e vetrosi.
L’Europa centrale, alla fine Devoniano e all’inizio del Carbonifero, è interessata da imponenti sconvolgimenti tettonici: l’orogenesi ercinica, che prende il nome dall’italianizzazione del toponimo Hartz, una montagna tedesca del massiccio scistoso renano. Il sollevamento ercinico portò alla formazione di un continente, nella micro zolla sardo corsa provocò l’intrusione di masse granitiche, granodoritiche e tonalitiche accompagnate da un corteo di rocce filoniane. Contemporaneamente furono sollevati i sedimenti, prevalentemente marini, delle epoche precedenti. La Sardegna sarà successivamente caratterizzata da un lungo periodo di continentalità responsabile di una lunga fase d’erosione con la formazione di un penepiano.
Durante il Mesozoico la Sardegna è interessata parzialmente da una progressiva trasgressione marina iniziata nel Trias con sedimenti evaporitici di tipo lagunare che diventeranno un mare poco profondo nel Giurese distinto in due bacini e separati da una dorsale. Il Cretaceo sarà caratterizzato da una fase di continentalità, evidenziato da depositi di antichi suoli (bauxite di Olmedo).
Nel Cenozoico si preparano per la Sardegna importanti sconvolgimenti. Due sono gli avvenimenti che hanno caratterizzato quest’era: la formazione della cosiddetta fossa sarda e la conseguente trasgressione marina del miocene medio; la migrazione della micro zolla sardo corsa, i due fenomeni avvengono quasi contemporaneamente. La fossa sarda è un’importante graben (un’area tettonicamente ribassata) che si estende dal golfo di Cagliari al Golfo dell’Asinara invasa dal mare dalla fine dell’Oligocene al Miocene. Questa fase geologica è accompagnata da fenomeni vulcanici che hanno dato luogo alla formazione di coltri ignimbritiche e cupole di ristagno. La rotazione della micro zolla, le cui modalità e i rapporti geodinamici con il precedente vulcanismo non sono stati del tutto chiariti, inizia nell’Oligocene sup. – Miocene inf. A cavallo tra il Pliocene e il Quaternario la situazione geodinamica diventa marcatamente distensiva come dimostrano le numerose eruzioni basaltiche.
Anche il Quaternario ospiterà un’imponente sprofondamento tettonico che interesserà la parte meridionale della fossa sarda dal Monte Ferru al Golfo di Cagliari con la formazione del Campidano successivamente colmato durante il Quaternario da detriti di origine prevalentemente alluvionale.
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ERA |
PERIODO |
MA |
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QUATERNARIO |
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1,75-0 |
CENOZOICO |
PLIOCENE |
5,3-1,75 |
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MIOCENE |
23-5,3 |
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OLIGOCENE |
33,7-23 |
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EOCENE |
53-33,7 |
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PALEOCENE |
65-53 |
MESOZOICO |
CRETACEO |
135-65 |
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GIURASSICO |
203-135 |
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TRIASSICO |
250-203 |
PALEOZOICO |
PERMIANO |
295-250 |
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CARBONIFERO |
335-295 |
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DEVONIANO |
408-335 |
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SILURIANO |
435-408 |
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ORDOVICIANO |
500-435 |
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CAMBRIANO |
540-500 |
INQUADRAMENTO STRUTTURALE E TETTONICO
La struttura dello zoccolo ercinico è caratterizzata dalla presenza di due horst, cioè di blocchi che hanno avuto un movimento reciproco verso l’alto separati, ovviamente, da un’area che, necessariamente, ha avuto un movimento reciproco verso il basso, cioè è sprofondata (graben). Questo tipo di struttura è tipica nelle zone che sono state sottoposte a fenomeni di distensione. La parte ribassata, che è la già citata fossa tettonica sarda, ha il suo asse maggiore in direzione Nord Sud pertanto s distinguono un horst orientale ed uno occidentale. Il primo è abbastanza omogeneo si estende in continuità, in tutto il settore orientale dal Sarrabus alla Gallura. Quell’occidentale invece appare suddiviso in blocchi più piccoli: il più importante è quello che comprende l’Arburese, l’Iglesiente ed il Sulcis; poi vi è la Nurra, l’area a Sud di Alghero ed infine l’isola di Maldiventre (o Malu Entu, se si preferisce).
Questi blocchi strutturali sono stati interessati da importanti movimenti tettonici durante il Cenozoico, in concomitanza con l’orogenesi alpina. Prevalentemente quasi tutti i movimenti tettonici che hanno interessato la SAR in quest’era sono riferibili a dinamiche distensive. Ovviamente non mancano grandi direttrici tettoniche impostate durante l’orogenesi ercinica e riprese durante le fasi alpine. Morfologicamente però il condizionamento strutturale preponderante è sicuramente attribuibile ai movimenti tettonici del terziario, questo per la relativa giovinezza dei rilievi, come è noto il ringiovanimento dei rilievi è tanto più evidente quanto è più recente, non avendo avuto gli atmosferili la possibilità di demolirli.
L’horst orientale è decisamente separato in due blocchi da una grande faglia regionale, probabilmente trascorrente, denominata faglia di Nuoro o anche di Posada. Oltre che da un diverso grado[1] di metamorfismo, che in SAR aumenta procedendo da SO verso NE, si nota una curiosa rotazione nella direzione di alcuni elementi strutturali. I filoni del blocco settentrionale hanno direzioni prevalenti SO-NE, mentre in quello meridionale sono NNO-SSE. Alcuni autori (per primo Edel) azzardano un’ipotesi quantomeno stimolante, nello studio della struttura tettonica della SAR, immaginando una rotazione tra i due blocchi, evidentemente successiva alla messa in posto dei filoni, per questo la faglia di Nuoro assumerebbe un significato diverso.
Rimanendo nel campo degli aspetti singolari, la posizione dell’epicentro del recente sisma, collocato a 20 miglia a largo di Posada, in corrispondenza dell’allineamento tettonico citato, è quanto meno inquietante. Naturalmente siamo nel campo delle illazioni, la micro zolla sardo corsa è sicuramente stabile, ciononostante, l’avvenimento sismico, costituisce un elemento di riflessione e comunque uno spunto per approfondire la non dettagliata conoscenza della struttura tettonica della SAR e dell’area tirrenica.
L’horst sud occidentale dell’isola è separato da importanti fosse tettoniche e faglie terziarie, tra queste ricordiamo la fossa del Cixerri e di Funtanazza, entrambe con allineamento E-O.
L’isola di Maldiventre, di origine granitica, occupa una posizione anomala, infatti, l’immediato entroterra, distante poco più di 6 km, è di natura litologica nettamente diversa, vulcaniti e sedimenti marini. Quindi l’isola andrebbe interpretata come un elemento di giunzione tra la parte meridionale e quella settentrionale dell’horst orientale. La prosecuzione dello zoccolo cristallino al di sotto delle vulcaniti terziarie è stata accertata anche dallo scrivente osservando la presenza di xenoliti di sicura origine paleozoica presenti nelle piroclastiti e nei tufi del Bosano e del Marghine.
Le eccessive semplificazioni in geologia costituiscono non di rado delle forzature, infatti, parlare esclusivamente di graben[2] per la cosiddetta fossa sarda porta a qualche imprecisione. Nei due blocchi paleozoici, ed in parte anche nelle vulcaniti terziarie, si nota l’immersione delle rocce verso il centro della fossa dando al complesso una struttura sinclinaloide. Il grande bacino così determinato è stato colmato da rocce vulcaniche tra l’Oligocene e il Miocene e più tardi tra il Pliocene e il Quaternario. Questi due episodi vulcanici, che hanno interessato anche i bordi della fossa, diversi per natura litologica e geodinamica, sono stati intervallati da una trasgressione marina che ha riempito con i suoi sedimenti tutta la fossa, mascherando in parte le grandi strutture tettoniche.
Tra le manifestazioni vulcaniche riveste un certo interesse strutturale il complesso del M.te Arci, con lave prevalentemente riolitiche, posto nel punto di congiunzione tra le grandi faglie di Nuoro, NE-SO, e del Campidano, NO-SE.
ELEMENTI IDROGEOLOGICI GENERALI
La caratteristica fisica delle rocce che interessa maggiormente l’idrogeologia è la permeabilità, perché da essa dipende in gran parte, la circolazione e la distribuzione delle acque nel sottosuolo. Sotto quest’aspetto sono quindi distinte due categorie di rocce:
1. rocce permeabili per porosità
2. rocce permeabili per fessurazione
La circolazione nelle rocce fessurate si sviluppa solo se il sistema delle discontinuità è abbastanza esteso e fitto, locali interruzioni della permeabilità si verificano quando la roccia è massiva oppure, nel caso di litologie alterate per argillificazione, quando le fratture sono riempiti da depositi impermeabili.
Nella circolazione delle acque profonde agiscono anche altre discontinuità, faglie e limiti geologici possono dar luogo a locali passaggi d’acqua. Infatti, molte sorgenti s’individuano in prossimità delle principali direttrici tettoniche e nei contatti. L’assorbimento delle acque profonde può essere guidato da aree di faglia, costituite da rocce brecciate e quindi con elevato grado di permeabilità.
Il reticolo idrografico, di norma, risente fortemente dell’impostazione tettonica e dai piani di discontinuità, gli impluvi pertanto frequentemente agiscono da alimentatori della circolazione profonda, infatti, non sempre il limite del bacino idrografico superficiale coincide con quello idrogeologico.
La Sardegna ha una piovosità media annua non trascurabile di 780 mm, ma non sufficiente a compensare l’elevata evaporazione, conseguente ad un clima ventilato e fortemente insolato, tale che il bilancio idrico tende a essere deficitario e stagionalmente l’aridità diventa l’elemento climatico prevalente. Le condizioni climatiche sono piuttosto variabili da un anno all’altro, le condizioni di aridità periodicamente diventano molto difficili.
Mediamente meno di un terzo delle acque di precipitazione defluisce in superficie, e non solo a causa della permeabilità dei terreni, ma anche in relazione all’intensa evapotraspirazione. Nella penisola questo valore è più elevato, infatti, la metà delle acque di precipitazione scorre in superficie.
La Sardegna è affetta da una cronica mancanza d’acqua, dovuta certamente ad una condizione di fatto, ma anche ad una gestione della risorsa non sempre attenta e con molte (troppe) figure istituzionali di gestione e controllo. La risorsa idrica, in particolare quella sotterranea, non è mai stata valutata attentamente e le scorte potabili e per l’irrigazione sono state assicurate da grandi invasi molto costosi, sottoposti, come già detto, durante il periodo caldo ad un’intensa evaporazione. Contemporaneamente gli uffici provinciali del genio autorizzano circa 1000[3] terebrazioni l’anno per ricerca di acque profonde, senza esserci dotati di un piano preordinato di prelievo idrico, se a queste sommiamo quelle abusive, la gran parte e che nessuna si perita di controllare, si possono stimare per difetto almeno 3.000 perforazioni ogni anno[4]. Un vero gruviera.
Per avere un quadro generale della distribuzione dei principali formazioni rispetto alla permeabilità sono state individuati i principali gruppi:
Complessi mediamente permeabili del quaternario di origine alluvionale (Campidano - Cixerri, pianure costiere della Nurra, Sarrabus etc.)
Formazioni vulcaniche permeabili (ignimbriti del Logudoro Bosano etc.); prevalentemente permeabili per fessurazione ma localmente impermeabili (basalti di Campeda e giare etc.).
Complessi ad alta permeabilità, prevalentemente calcareo dolomitici caratterizzati da carsismo del Cambriano, Mesozoico e Miocene (Nurra, M.te Albo, Supramonte di Oliena Orgosolo e Orosei; Sarcidano e Logudoro).
Complessi vulcanici a media e bassa permeabilità tufi e tufiti impermeabili, domi e cupole di ristagno (Logudoro Bosano, Anglona Trexenta etc.)
Complesso scistoso granitico metamorfico a permeabilità bassa ma localmente elevata in corrispondenza di dislocazioni o aree intensamente fratturate 8diffusosostanzialmente in tutta l’isola.
Complesso sedimentario del miocene caratterizzato da marne e argille sostanzialmente impermeabili (in luoghi diversi lungo la fossa sarda)
Da questa semplice descrizione si evince come buona parte delle formazioni, più del 90%, siano sostanzialmente impermeabili o a bassa permeabilità. Questa permeabilità si riflette sulle caratteristiche del regime idrico sotterraneo.
MINEROGENESI - METALLOGENESI DELLA SARDEGNA
CENNI SUI PRINCIPALI CENTRI MINERARI
Un giacimento minerario è un adunamento, un deposito di sostanze utili in concentrazione, posizione spaziale e geografica tale che il suo sfruttamento industriale sia economico. Ne deriva che il giacimento minerario è un concetto essenzialmente economico, nel momento in cui una determinata sostanza utile diventa economicamente estraibile, (come è accaduto per i recenti giacimenti auriferi in dispersione colloidale la cui tecnologia di sfruttamento è recente) allora si può parlare di giacimento minerario.
In questo paragrafo saranno descritti, sotto l’aspetto geominerario e storico economico, alcune delle principali zone minerarie della SAR scelte non solo per a loro valenza mineralogica ma anche e soprattutto per la loro incidenza sul territorio e nel tessuto sociale.
La minerogenesi dei principali giacimenti storici[5], trova una distribuzione preferenziale nell’era Paleozoica, per poi decrescere in numero ed i in intensità nelle ere successive, in accordo con una diffusa (planetaria) tendenza geologica. Molti giacimenti in particolare nel Sulcis Iglesiente, sono localizzati preferenzialmente ai bordi di formazioni sedimentari (poi in parte metamorfizzati) al contatto con le masse intrusive erciniche.
La messa in posto di masse intrusive, delle manifestazioni filoniane (pegmatiti diverse fasi termali) nonché di manifestazioni vulcaniche ha determinato condizioni, a volte solo potenziali, ideali per la metallogenesi e ricocentrazione di sostanze utili.
Alcune manifestazioni del Cambriano possono essere legate direttamente alle condizioni chimico fisiche in cui si sono deposti i sedimenti originari, prevalentemente calcari, successivamente trasformati dagli avvenimenti geologici. Si può immaginare, pertanto, un mare Cambriano ricco di sali metallici depositatisi insieme al sedimento che li ospita.
Per esempio la miniera di Campo Pisano, ove si estraggono piombo e zinco. Esplorata nel 1868 dalla società Monteponi, attualmente costituisce una delle miniere più moderne e importanti d’Europa. La miniera ubicata in prossimità della città di Iglesias, accanto a speranze, i moderni impianti di estrazione all’avanguardia nel settore, vive un futuro incerto condizionato dall’aumento dei costi di estrazione e alla generale incertezza dei mercati soprattutto del piombo.
Le mineralizzazioni più rilevanti, che hanno determinato alcune delle miniere più importanti come Monteponi, S. Giovanni, Nebida e Masua sono costituite da galena associata a blenda non di rado accompagnate da cospicue quantità di argento, che hanno reso ancora più economico lo sfruttamento.
Le prime tracce storiche di coltivazione risalgono al medio evo, documenti del 1324 attestano l’interesse dei pisani nello sfruttamento di questa zona. Successivamente, con il toponimo Monteponi risalente al 1649, la miniera ospiterà un susseguirsi di interventi di coltivazione fino ai tempi recenti, negli scavi in galleria sono stati rinvenuti tracce delle antiche coltivazioni. La miniera suggellerà nel tempo un rapporto sofferto con la città di Iglesias, ma che comunque darà pane e lavoro e farà della città la capitale sarda delle miniere. Una miniera caratterizzata da una strenua lotta contro l’acqua, con diversi sistemi eduzione si arriverà a livelli sempre più profondi di coltivazione. Il tenore del minerale in profondità tendeva però a diminuire mentre aumentavano i costi di coltivazione, anche in conseguenza de crescenti costi per l’energia elettrica spesa nel pompaggio delle acque. Negli anni ottanta si arrivò all’acquisizione da parte del settore pubblico di tutte le miniere piombo zincifere e al declino lento e inesorabile della Monteponi. Gli impianti ora sono fermi, ma coinvolti in un importante valorizzazione turistica di archeologia industriale, ad opera degli stessi operai in veste inedita di ciceroni. Singolare la scelta di porre sotto tutela la vecchia discarica dei fanghi rossi, da parte della soprintendenza ai Monumenti delle provincie di Cagliari e Oristano. Pur essendo, secondo alcune stime, ricca di metalli (alcune indiscrezioni mettono in evidenza un tenore in metalli maggiore di quella di alcuni cantieri delle miniere ancora attive) si è preferito dichiararle come esempio caratteristico del paesaggio industriale, in aperta contraddizione con lo spirito industriale stesso. Attualmente le discariche avrebbero urgente necessità di lavori di protezione e messa in sicurezza.
Le mineralizzazioni filoniane piombo zincifere mesotermali sono state di grande rilevanza economica e peso sociale, tra queste svetta il grandioso sistema filoniano di Montevecchio – Ingurtosu – Gennamari. La famiglia di filoni principali è estesa per oltre 15 km e esplorata in profondità per oltre 700 m, i singoli filoni hanno potenza variabile da 2 sino a 10 m.
E sicuramente la più importante miniera sarda insieme con la Monteponi. Antiche le sue concessioni, le prime notizie storiche risalgono al 1628, nel 1865 aveva già 1110 operai. Sotto la proprietà dell’avvocato Sanna, uno dei più importanti capitalisti sardi, fu costruita una ferrovia che portava il minerale alla fonderia di S. Gavino. Molteplici gli avvenimenti che caratterizzarono l’attività di questa miniera, tanto che impossibile enumerarli in questo spazio. Ricordiamo solamente il successo all’Esposizione Universale di Parigi e l’invenzione dell’autovagone. Montevecchio è rimasta a lungo per tecnologia, maestranze ed entità dei lavori, il maggiore centro minerario della nazione. Purtroppo anche per il bacino minerario di Montevecchio inizia il declino negli anni sessanta, si procederà a diversi passaggi di proprietà in mano a società pubbliche. La chiusura dei cantieri arriverà progressivamente, fino alla fermata dell’eduzione delle acque, che segna, di fatto, la vera chiusura delle miniere. Non mancarono forme eclatanti di protesta, con i minatori chiusi nel pozzo Amsicora, che portarono ad un accordo tra le parti nel 1991.
Importanti mineralizzazioni avvenute in fase epitermali hanno determinato la formazione del filone argentifero del Sarrabus -–Gerrei (miniera di M.te Narba) esplorato e coltivato per circa 40 km.
La miniera di M.te Narba è un altro pezzo della storia mineraria sarda. Unica attività con mineralizzazione a solo argento, prevalentemente di basso tenore, sono stati ritrovati esemplari di argento nativo. Il primo permesso di ricerca fu accordato nel 1620, si deve arrivare però al 1874 per avere una coltivazione razionale. Nel lungo filone i diversi cantieri impiegarono fino a duemila operai. Le porzioni più ricche vennero esaurite sul finire del secolo scorso, l’attività si interruppe nel 1935 dopo una serie di tentativi di sfruttare le porzioni meno ricche, comprese le discariche. M.te Narba è stata comunque una delle miniere d’argento più importanti d’Europa.
Nel Mesozoico si rinvengono giacimenti legati a fasi di continentalità del Giurassico e del Cretaceo. Al primo periodo sono ascrivibili le lenti argilla comprese nel settore Samugheo – Mandas – Sadali, mentre del Cretaceo sono i depositi di paleosuoli e bauxiti in un vasto areale tra Alghero – Olmedo – M.te Alvaro Capo Caccia.
Alla rimobilizzazione avvenuta durante il vulcanismo di epoca alpina sono connesse le mineralizzazioni di manganese del Bosano e di S. Pietro, a rame (forse del tipo porfirico) di Calabona. Di gran lunga più importanti sono le mineralizzazioni aurifere scoperte di recente. L’oro si trova in dispersione colloidale in alcune rocce vulcaniche acide, viene estratto da una società australiana con procedimento chimico brevettato.
Poco note e comunque prive al momento di interesse commerciale, le ricocentrazioni prevalentemente gravitative di minerali erosi durante il Quaternario. E’ il caso di alcune sabbie lungo le spiagge della costa centro occidentale ricche in magnetite ed in ilmenite. Depositi provenienti dallo smantellamento continentale e depositate in mare sono state studiate con la nave oceanografica Bannock.
In una regione a vocazione turistica, finalmente, le antiche strutture minerarie sono ora oggetto di progetti di rivalutazione in percorsi turistico culturali. L’attività mineraria esercita un notevole fascino. L’elemento più coinvolgente a chi osserva una miniera in disuso, o in attività, non sono i mezzi tecnici a volte poderosi e arditi per soluzioni tecniche e nemmeno le curiosità geologiche e le rarità mineralogiche, quello che veramente attrae e sconvolge è l’uomo. Pochi lavori sono faticosi, pericolosi e duri come quello del minatore. Il senso di appartenenza e di comunanza tra la gente di miniera, di chi sta gomito a gomito davanti al pericolo, né è la prova tangibile. Sacrificio che è possibile cogliere negli occhi rapiti dei visitatori che ora osservano le vecchie miniere. Non sono turisti, non è un parco giochi. Le sensazioni davanti a questi monumenti al lavoro, alla fatica dei lavoratori sono forti. Forse è giusto che l’uomo non debba più faticare così tanto, certo è importante non dimenticare.
ELEMENTI DEL PAESAGGIO E DELLA PEDOLOGIA
La morfologia del territorio sardo è condizionata dalla grande struttura tettonica regionale con direzione Nord – Sud di cui si è già parlato, si distinguono tre grandi blocchi due rialzati (horst) e una parte ribassata di fossa. L’estrema varietà litologica e dei processi geologici che hanno accompagnato le vicende sarde, hanno determinato un’estrema varietà di forme dalle più aspre a quelle più dolci, tale che diventa difficile descriverle tutte in questo spazio, pertanto anche in questo capitolo si proporrà una sintesi che tiene conto degli elementi fisico geologici da un lato ma anche del rapporto dell’uomo con quei territori, e per l’importanza che questi hanno avuto nel popolamento della Sardegna e non ultimo il legame affettivo che si determina con certe regioni.
Paesaggi su calcari e dolomie di epoche diverse sottoposte a fenomeni carsici.
Litologie prevalentemente paleozoiche e mesozoiche, diffuse nel Sulcis – Iglesiente le prime, nella Nurra, nel Supramonte, in prossimità del Golfo di Orosei e nel Monte Albo le altre. L’elemento morfologico di maggiore rilievo è il carsismo legato alla parziale solubilità, in acqua leggermente acidula per CO2, di queste rocce. Soluzione chimica che si manifesta sia in superficie che nel sottosuolo (forme ipogee). I paesaggi sono tra i più spettacolari dell’isola ed anche tra quelli più misteriosi. Sono queste le aree legate alla presenza di grotte ed inghiottitoi che determinano una forte spinta turistica per gli appassionati di speleologia e per le visite nelle grotte attrezzate. Le forme carsiche caratterizzano notevolmente anche la superficie, doline, poljie, campi carregiati, pilastri sono solo alcune manifestazioni morfologiche che determinano un paesaggio molto complesso, luogo ideale per nascondersi ma anche per l’escursionismo ed il tempo libero. Caratterizzato da una vegetazione e fauna peculiare costituisce sicuramente l’area più emozionante della SAR. Diffusi nell’Ogliastra la presenza dei tacchi o tonneri, dovuti a fenomeni di erosione selettiva su rocce paleozoiche. Ad un’estrema ricchezza di forme non fa riscontro la ricchezza dei suoli. Le terre rosse sono il residuo insolubile di queste rocce, di profondità variabile a seconda del luogo di deposizione, queste aree sono condizionate da una rocciosità elevatissima e gli scarsi suoli hanno una fertilità molto limitata ed un drenaggio lento, sotto l’aspetto agricolo pertanto hanno valenza marginale, il lato economico più interessante è attualmente quello percettivo turistico.
Paesaggi su metamorfiti
Diffuso su tutto il territorio le morfologie variano anche notevolmente in relazione alla diversa erodibilità delle rocce e agli avvenimenti tettonici più recenti, pertanto sono possibili morfologie relativamente dolci della parte nord – orientale ovvero alle valli incise del Gennargentu. Prevalgono però le morfologie più aspre con rilievi isolati con valli che talvolta sono condizionate da pendii acclivi. I suoli sono poco profondi caratterizzati da rocciosità ed elevata pietrosità scheletro eccessivo determinano una notevole attitudine all’erosione accentuata laddove la pendenza è elevata. L’intenso pascolamento ovi – caprino e la ridotta fertilità determinano la tendenza a miglioramenti pascolo poco razionali con arature a ritocchino che accelerano notevolmente i fenomeni di erosione, accentuata spesso dalla pratica del debbio.
Paesaggi su rocce intrusive del paleozoico, delle strutture filoniane e migmatitiche
In assoluto è il paesaggio più diffuso dell’isola, le rocce intrusive, prevalentemente granodioritiche, sottoposte ad un lungo periodo di continentalità sono state interessate ad una forte azione erosiva sia chimica (idrolisi dei silicati) che fisica, dando luogo a forme generalmente evolute caratterizzate da rilievi dolci e pendenze poco elevate. Fanno eccezione i corpi filoniani e le aree migmatitiche in cui è evidente la diversa erodibilità e svettano nelle creste in contrasto con il paesaggio circostante. Diffusi gli inselberg e le curiose forme tafonate, a volte nettamente riconoscibili, dei veri e propri land marker, elementi del paesaggio che costituiscono un punto di riferimento, o che hanno sollecitato la fantasia per le loro forme particolari. Suoli di caratteristiche variabili in relazione alla grande diffusione di questo paesaggio e ai diversi ambienti, prevalentemente poco profondi con elevata pietrosità ed eccesso di scheletro, frequenti condizioni di erodibilità, elevata in relazione all’intenso pascolamento cui non di rado è associato il fenomeno degli incendi.
Paesaggi su rocce effusive acide e relativi prodotti diversificati
Sono sostanzialmente distinguibili in due grandi categorie:
· paesaggi su cupole e domi di ristagno (andesiti)
· paesaggi su ignimbriti (rioliti, riodaciti)
I primi sono paesaggi prevalentemente collinari ma con versanti anche a forte acclività, diffusi nel Sulcis nel Cixerri nel bordo orientale del Campidano, nel Bosano e nell’Anglona. I secondi hanno morfologie prevalentemente tabulari, talvolta inclinati danno luogo alle tipiche morfologie a cuestas, in particolare nel Marghine, costa occidentale del Sulcis, nel Logudoro, tra Bosa e Alghero. In tutti i casi data la relativa giovinezza delle litologie e dei processi tettonici, le morfologie sono ancora prevalentemente evolutive caratterizzate da un rilievo aspro. I suoli impostati su litologie andesitiche hanno buone caratteristiche se la morfologia e sub pianeggiante. In quel caso il suolo ha un profilo abbastanza evoluto pietrosità non elevata e una buona fertilità pur con ristagni d’acqua. Le caratteristiche del suolo peggiorano nei luogo a morfologia più accidentata dove si rileva anche una certa erodibilità. Nei secondi, in considerazione di un’elevata presenza di vetro vulcanico si sono sviluppate caratteristiche di buona fertilità, almeno nelle porzioni sub pianeggianti, viceversa, essendo molto esposti all’erosione, i profili a pendenza molto elevata hanno suoli molto sottili o quasi inesistenti.
Paesaggi su rocce effusive basiche (basalti)
La morfologia particolare di questi paesaggi è dovuta alle condizioni fisiche delle lave al momento della messa in posto. I magmi basaltici sono caratterizzati da un’elevata fluidità, pertanto tendono a riempire tutte le concavità e le valli, il risultato finale è l’inversione del rilievo, le depressioni diventano, dopo il raffreddamento e l’erosione selettiva, degli altopiani o giare. Questo tipo di paesaggio è diffuso nell’isola, gli affioramenti più importanti sono la Campeda e l’altopiano di Abbasanta, molto interessanti anche le Giare (Gesturi, Siddi, Serri). La morfologia è decisamente tabulare sub orizzontale, la periferia dell’espandimento è segnata da cornici di norma su litologie facilmente erodibili. I suoli sviluppatisi su queste litologie sono di molto fertili, il loro grado di evoluzione e profondità dipende dalla copertura vegetale o da locali condizioni di accumulo. In conseguenza delle condizioni morfologiche e chimico fisiche, questi suoli sono stati intensamente utilizzati per il pascolo già dal Neolitico, come dimostrano la straordinaria concentrazione di siti archeologici con nuraghi anche molto importanti (N.ghe Santu Antine; N.ghe Losa), tutt’oggi costituiscono una delle zone più ricercate per il pascolo con un’elevata concentrazione di bovini. Purtroppo l’eccesso di pascolamento e la diffusione degli incendi determinano condizioni di sfruttamento non razionale con diradamento della cotica erbosa e un’incipiente fenomeno di desertificazione.
Paesaggi su marne, arenarie e calcari marnosi
Caratterizzato da forme poco acclivi e collinari, ricorda in alcuni tratti la regione anti appenninica toscana. Le regioni più rappresentative sono la Trexenta e la Marmilla (il suo nome pare che derivi dal sardo mammidda cioè mammella proprio per le sue forme) caratterizzata da forme collinari separate da grandi piane sub orizzontali dovute al deposito colluviale. Tali forme sono essenzialmente dovute alla erodibilità di tali litologie (prevalentemente marne, marne arenacee, calcari marnosi). La fertilità è variabile le condizioni migliori si verificano nelle porzioni pianeggianti dovuti al riempimento colluviale, mentre nella sommità e nei fianchi delle colline si trovano suoli meno profondi e con attitudini erosive.
Paesaggi dei sedimenti alluvionali antichi e recenti
Purtroppo non particolarmente abbondanti nell’isola, la porzione più grande è la Pianura del Campidano – Cixerri, si ritrovano diffuse lungo le principali aste fluviali. Per le condizioni morfologiche e chimico fisiche sono i terreni agricoli per eccellenza dell’isola. Caratteristiche litologiche (granulometria e permeabilità) molto variabili tali che andrebbero identificati altri sottotipi. Aree storiche dell’agricoltura sarda a volte interessate ad operazioni di bonifica e miglioramento fondiario (diverse riforme sia di epoca fascista che repubblicana), talora irrigate. Particolarmente diffuse in passato le coltivazioni cerealicole (grano duro), orticole e industriali (barbabietole) subisce attualmente una forte contrazione delle parti coltivate, soprattutto a causa della forte concorrenza dei cereali francesi. Regioni da sempre intensamente coltivate, vi sono insediate le maggiori concentrazioni di popolazione (area urbana di Cagliari).
Paesaggi su sabbie eoliche e sedimenti litoranei
Sono paesaggi dovute a sabbie eoliche presenti lungo le coste in particolare quelle occidentali (Piscinas, Is Arenas), oppure su piccole unità prospicienti le spiagge. Sono ambienti di notevole valore paesaggistico e naturalistico caratterizzati da un’elevata fragilità nella conservazione dei delicati equilibri. A scopo protettivo sono state interessate da rimboschimenti prevalentemente a conifere, molto intensi anche gli insediamenti turistici.
[1] Il metamorfismo delle rocce è determinato da trasformazioni chimico – fisiche prodotte da variazioni di pressione e temperatura, tanto più queste variazioni portano a condizioni lontane da quelle in cui si sono generate quelle rocce, tanto maggiore è il grado di metamorfismo.
[2] Graben è l’esatto contrario di horst è quindi la parte ribassata.
[3] L’ufficio del Genio della Provincia di Nuoro ha autorizzato 228 terebrazioni 97, 282 nel ’98, 226 nel ’99. Al 1996 sono state accettate 9000 denunce di pozzi esestenti.
[4] Personalmente collaboro con alcune ditte di perforazione, una sonda realizza in un anno 50 - 80 perforazioni, di queste meno di 1/3 è provvisto delle relative autorizzazioni di legge, in SAR si possono stimare 25 – 35 macchine attrezzate per la perforazione di pozzi.
[5] Cioè che maggiormente hanno inciso sulla storia economica, nel tessuto sociale e, non ultimo, nelle modificazioni del paesaggio.